Watashi wa maigo desu

Mi sono perso è la frase che ho scelto come titolo del libro perché questa frase è il libro. E' questo che significa "watashi wa maigo desu", mi sono perso. Naturalmente non ero arrivato a Tokyo per caso, mia moglie era giapponese e dopo una parentesi in Messico e un paio d'anni in Italia avevamo deciso di trasferirci in Giappone. Devo ammettere che l'idea non mi entusiasmava, il mio disagio era evidente e si sfogava in frequenti attacchi d'asma, le fotografie scattate in quelle prime tre settimane erano orribili, confuse e inutili. Ero capace di camminare per ore seguendo il flusso della folla senza nemmeno togliere la macchina fotografica dalla borsa, pensavo però di avere tempo, che una volta ambientato e migliorati i rapporti con la mia compagna avrei finalmente iniziato a scattare buone fotografie, cosa che per me, anche se non ero un professionista, era molto importante, forse la più importante di tutte.

Pochi mesi prima, mentre Natsuki era all'estero per lavoro ed io in Italia col nostro cane, mi sono ritrovato su di un'ambulanza alle tre del mattino, diretto a sirene spiegate verso l'ospedale di Ravenna. L'ennesimo attacco d'asma, questa volta rinforzato da una crisi allergica, mi aveva lasciato letteralmente senza respiro. Arrivato in ospedale e steso sulla barella, circondato da medici ed infermieri, ricordo che avevo tre pensieri fissi in testa. Il primo era per il mio cane, pensavo che dovesse essere spaventato, aveva assistito a tutta la scena, dalla crisi alla mia partenza in ambulanza, chissà come si sentiva. Il secondo pensiero era per le luci dentro l'ospedale e  l'ambulanza, mi chiedevo perché dovessero per forza essere così brutte, fredde e deprimenti. Il terzo era per la mia fotografia, mi rendevo conto in quel momento che semplicemente non esisteva, tutti i miei progetti, le mie idee, era tutto nella mia testa, le poche cose che avevo stampato sentivo che non mi rappresentavano. Questo pensiero per me era devastante. Anche se non è stata una di quelle esperienze che mi sentirei di consigliare ad un amico, personalmente mi ha fatto capire cosa era ed è davvero importante per me. Ma torniamo al Giappone :

Pensavo di avere tempo per ambientarmi e mettere in ordine le idee, mi sbagliavo. Il 28 dicembre mia moglie mi ha chiesto il divorzio e di conseguenza di lasciare la casa di sua mamma, dove abitavamo da appena tre settimane. Le fotografie che ho raccolto qui le ho scattate da quel momento fino al giorno in cui mi sono imbarcato sul primo volo disponibile per Bologna, dieci giorni dopo. Quello che doveva essere il progetto della vita si è risolto in una veloce e malinconica passeggiata da casa di mia suocera al aeroporto di Haneda, attraverso alcuni dei quartieri più famosi di Tokyo come Shibuya, dove ho fotografato i turisti in posa con la statua di Hachiko, o Asakusa, dove per caso sono rimasto coinvolto in una cerimonia religiosa.  Abbandonata la pretesa assurda di raccontare il Giappone mi sono lasciato andare e in un certo senso ho iniziato a raccontare me stesso, molte fotografie scattate in quei giorni sono infatti degli autoritratti, come il cane in gabbia ad esempio, o la foca allo zoo, o addirittura la tenda verde che chiude questo libro, anche quella fotografia è un autoritratto. Camminavo in cerca di un sorriso estraneo che mi alleggerisse un po' lo spirito, o delle tracce di quel disagio profondo che non ero l'unico a provare in quella metropoli. Sono stato fortunato, ho trovato entrambi. Amo più di tutte la fotografia che ritrae un ragazzo "vestito" da carica cellulare. In una città dal ritmo così veloce come Tokyo, dove il contatto fisico è ridotto al minimo se non del tutto inesistente, tranne che sui treni all'ora di punta, questo artista è riuscito a creare una vera connessione fisica con dei passanti e a trasmettergli la sua energia, aveva una batteria nascosta nel costume che gli permetteva di caricare realmente i cellulari.

Oltre alla frase che da il titolo a questo lavoro, ricordo un'altra bellissima parola in giapponese, shashinka, vuol dire fotografo. Due mesi dopo il mio rientro in Italia sono tornato alla fotografia professionale, dedicandomi quasi esclusivamente al ritratto di famiglia e alla pet photography. Tengo molto a questo piccolo "libro" perché è un lavoro intimo, l'unico che parli direttamente di me, ma quando penso a me stesso senza respiro in ospedale, questa volta mi immagino sereno perché a rappresentarmi come fotografo ci sono tutte le fotografie che ho realizzato per i miei clienti e che ora fanno parte del loro tesoro di famiglia, piccoli rettangoli di carta che raccontano i loro affetti e i momenti importanti. E' per loro che fotografo, non per il mio archivio. Ripeto senza stancarmi che la fotografia è una cosa importante, è la nostra memoria storica ed emotiva, nostra e del mondo. E' talmente importante che ho voluto fortemente farne parte.